DAL BRAILLE ALLE TECNOLOGIE ASSISTIVE: COM’È CAMBIATO L’ACCESSO ALL’UNIVERSITA’ PER I CIECHI? 

foto: logo della nostra UICI

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Di Annalisa Manco 

Grazie a questo progresso la persona cieca ha potuto conquistare una reale autodeterminazione, superando barriere storiche e dimostrando di poter eccellere nel percorso di studi. Questo ha reso possibile una partecipazione sempre più attiva e qualificata nel mondo dell’istruzione, fino ai più alti livelli universitari.  

Questo articolo si pone come naturale prosecuzione del mio lavoro precedente (Il cieco nella storia), nel quale ho cercato di ricostruire il modo in cui la cecità è stata pensata, narrata e immaginata soprattutto nell’antichità e nel medioevo. In quel percorso il cieco emergeva come figura simbolica, segno di mancanza, di punizione o al contrario di sapienza misteriosa, raramente però come soggetto storico dotato di strumenti, autonomia e possibilità concrete di partecipazione alla vita sociale e culturale. Con la nascita del braille, all’inizio del XIX secolo, qualcosa cambia in modo radicale: per la prima volta la cecità non viene affrontata solo sul piano dell’assistenza o della compassione, ma su quello dell’accesso alla conoscenza. Il braille non è semplicemente un sistema di lettura e scrittura, è una frattura storica, un passaggio decisivo che consente alla persona cieca di diventare lettrice, studiosa, produttrice di pensiero e non soltanto oggetto di narrazione altrui. A partire da quel momento la storia del cieco può finalmente essere raccontata come storia di un’evoluzione fatta di conquiste lente, di resistenze culturali, di strumenti che trasformano il rapporto con il sapere e con il mondo. Questo articolo intende seguire quel percorso dal braille alle moderne tecnologie assistive, osservando come cambiano non solo i mezzi ma anche l’immagine del cieco e, soprattutto, la sua possibilità di autodeterminazione. Qui, più avanti, troveranno spazio anche le mie sensazioni personali di persona cieca e le mie esperienze di persona cieca che ha intrapreso, e continua a portare avanti, un percorso universitario. Vi parlerò di cosa significa confrontarsi con testi complessi, con manuali voluminosi, con linguaggi specialistici; tecnicamente quali strumenti ho usato per leggerli, per studiarli e farli miei, preparandomi così per un esame. Alle prese con un manuale di storia o di filosofia: un percorso fatto di sintesi vocali, di strategie, di studio ma soprattutto di tempo, pazienza e consapevolezza. Un esempio concreto di come gli strumenti, quando diventano davvero accessibili, possano trasformarsi in occasioni di crescita culturale e personale, e contribuire a ridefinire ancora una volta l’immagine del cieco nella storia e nel presente. 

Come abbiamo detto, il braille non è soltanto un sistema di scrittura: è una conquista culturale e civile che ha cambiato radicalmente la vita delle persone cieche. La sua storia è legata a quella del suo inventore Louis Braille, e nasce da un bisogno molto concreto: poter leggere e scrivere in modo autonomo. Louis Braille nacque nel 1809 a Coupvray, in Francia. A tre anni perse la vista in seguito a un incidente nel laboratorio del padre sellaio ferendosi a un occhio con un punteruolo. L’infezione si estese rapidamente anche all’altro. In pochi mesi Louis divenne completamente cieco. Nonostante la cecità dimostrò fin da piccolo una grande intelligenza e una forte curiosità. Venne ammesso all’istituto Reale dei giovani ciechi di Parigi, una delle poche scuole dell’epoca dedicate all’istruzione dei non vedenti. Qui, però, si scontrò con un problema comune a tutti gli studenti ciechi del tempo: i libri in rilievo esistenti erano pochi, ingombranti, difficili da leggere con una certa velocità, e soprattutto non permettevano di scrivere. Nel 1821 all’istituto venne presentato un sistema chiamato “scrittura notturna” ideato dall’ufficiale Charles Barbier per permettere ai soldati di leggere messaggi al buio. Il sistema utilizzava punti in rilievo ma era complesso e poco pratico. Louis Braille colse però un’intuizione decisiva: ridurre il numero dei punti, semplificare le combinazioni e adattarle alle capacità tattili delle dita. A soli quindici anni, nel 1824 sviluppò un nuovo sistema basato su sei punti in rilievo, disposti in due colonne da tre. Con poche combinazioni era possibile rappresentare lettere, numeri, segni di punteggiatura, simboli matematici. Nasceva così il braille, il primo vero sistema di lettura e scrittura tattile efficiente per i ciechi. La vera rivoluzione del braille non fu solo la lettura, ma la scrittura autonoma. Per la prima volta una persona cieca poteva prendere appunti, studiare in modo indipendente, scrivere lettere, esprimere il proprio pensiero senza mediazioni. Così, tavoletta e punteruolo diventano gli strumenti di autonomia per i ciechi. All’inizio, e ancora oggi, il braille viene scritto con strumenti semplici: la tavoletta o tavolozza con righe e cellette, e il punteruolo con cui si imprimono i punti sulla carta. La scrittura avviene da destra verso sinistra, incidendo i punti al rovescio sul foglio. Una volta girata la pagina i punti risultano in rilievo e leggibili da sinistra verso destra. Questo metodo richiede allenamento, precisione e memoria, ma ha rappresentato per generazioni di ciechi il primo vero accesso alla scrittura personale. La lettura braille avviene facendo scorrere i polpastrelli, solitamente gli indici, sui punti in rilievo. Con l’esperienza la percezione diventa rapida e naturale, permettendo una lettura fluida e consapevole. Il braille non è solo decodifica: è ortografia, struttura della frase, punteggiatura, che sono elementi fondamentali per una piena alfabetizzazione. 

Come abbiamo detto, quindi, tutto questo segnò una svolta decisiva per il cieco. Rimaneva, però, un problema evidente a chiunque usasse il braille: l’ingombro. Ad esempio, un semplice vocabolario di italiano una volta trascritto diventava un insieme di tomi voluminosi difficili da trasportare e da consultare soprattutto nello studio avanzato. È proprio per rispondere a queste difficoltà che nel tempo si sono sviluppate le tecnologie assistive. L’avvento dell’informatica ha rappresentato una vera e propria svolta per le persone cieche. I contenuti, da ingombranti volumi cartacei sono diventati file digitali facilmente archiviabili, trasportabili e consultabili. Grazie ai lettori di schermo, alle sintesi vocali e ai display braille oggi la persona cieca può accedere a una quantità enorme di informazioni in tempo reale; studiare in modo più rapido ed efficiente e gestire in autonomia materiali complessi come manuali, articoli scientifici e testi universitari. Questo ha permesso al cieco di avere un approccio allo studio più inclusivo, più flessibile e moderno. In particolare, l’ambito universitario ha tratto grande beneficio da questa evoluzione: la possibilità di prendere appunti al computer, consultare biblioteche digitali, sostenere esami con strumenti accessibili e comunicare in modo immediato contribuendo dunque, in maniera decisiva, all’inclusione della persona cieca nel mondo accademico. 

I dati più recenti in Italia ci dicono che, ad esempio, negli anni accademici 2019 – 2020 circa il 2% degli studenti universitari risultava iscritto con una disabilità o DSA (disturbi specifici dell’apprendimento) tra tutti gli iscritti all’università. Questo significa che su 100 studenti universitari in media 2 dichiarano una disabilità. Secondo ricerche più ampie, in Europa la rappresentanza delle persone con disabilità tra gli studenti universitari si mantiene piuttosto bassa: in media sono circa l’1,1% degli iscritti ai corsi universitari, con percentuali ancora inferiori per livelli di istruzione avanzati come master e dottorati. È importante ricordare che queste percentuali riflettono solo chi dichiara ufficialmente la propria disabilità nel percorso di studi universitario: molte persone con disabilità non dichiarano la propria condizione agli uffici d’ateneo spesso per motivi di privacy o per evitare pregiudizi. Anche se sempre più persone con disabilità frequentano il sistema scolastico obbligatorio, i dati europei suggeriscono che solo una minoranza raggiunge l’istruzione terziaria: in Italia solo circa l’11% dei giovani con disabilità completa con successo un percorso di istruzione superiore come l’università, contro una media europea significativamente più alta. Questo significa che, nonostante i progressi inclusivi, nella scuola l’accesso e la permanenza all’università continuano a essere sfide importanti. E per le persone cieche o con disabilità visiva? Le statistiche ufficiali non forniscono percentuali specifiche degli studenti ciechi o ipovedenti iscritti all’università in Italia. Tuttavia, possiamo ricordare che in Italia ci sono stime ufficiali di circa 219.000 persone non vedenti e più di 1,3 milioni con ipovisione tra la popolazione generale. Dato l’insieme delle condizioni, la quota di studenti universitari con disabilità visiva è generalmente una piccola frazione di tutti gli studenti con disabilità. Ma, non meno importante, (anche se poco visibile nelle statistiche aggregate) la presenza universitaria di studenti ciechi è cresciuta negli ultimi anni grazie a strumenti digitali e servizi di supporto. Quindi le tecnologie assistive e le politiche inclusive stanno contribuendo ad aumentare le opportunità, ma i numeri mostrano che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere una reale parità di accesso e successo accademico. 

E allora io come ho fatto a laurearmi? Quali strumenti mi hanno permesso di studiare, preparare esami, leggere libri e articoli, e arrivare fino alla discussione della tesi?  

Quando si parla di università e disabilità visiva spesso si pensa subito al braille, ma nel mio percorso accademico il vero alleato non è stato solo il braille: bensì, l’evoluzione delle tecnologie assistive che hanno trasformato radicalmente il mio modo di accedere allo studio. Perché non solo braille? Perché io sono stata una persona ipovedente, ho imparato a leggere e a scrivere grazie ad ingrandimenti, a lentine e all’uso del video-ingranditore. Come accade purtroppo a molti ipovedenti non ho ricevuto un’alfabetizzazione primaria in braille da bambina. Il braille è arrivato molto più tardi nella mia vita. L’ho imparato da adulta quando già avevo alle spalle un percorso di studio basato su altri strumenti. Per questo motivo, nel mio cammino universitario il vero supporto non è stato un unico strumento, ma l’incontro tra esperienze diverse e l’evoluzione delle tecnologie assistive, che hanno cambiato radicalmente il mio modo di accedere allo studio. Uno degli strumenti più importanti che ho utilizzato, oltre alla sintesi vocale NVDA, è stato ABBYY FineReader. Che cos’è? FineReader è un software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR): in pratica trasforma testi cartacei o pdf non accessibili in documenti digitali leggibili dai lettori di schermo. Per una persona cieca questo significa poter prendere un libro stampato, una dispensa del docente o una fotocopia e convertirla in un file di testo navigabile, modificabile e realmente accessibile. Come FineReader mi ha aiutata nello studio? Nel mio percorso universitario FineReader è stato fondamentale perché mi ha permesso di studiare in autonomia senza dipendere costantemente da terzi per la lettura dei materiali; convertire libri e dispense cartacee in file word o pdf accessibili; usare il lettore di schermo per leggere, cercare parole chiave, prendere appunti; gestire grandi quantità di materiale di studio in tempi ragionevoli; preparare esami e tesi con gli stessi contenuti dei miei colleghi vedenti. Senza strumenti come FineReader l’accesso allo studio universitario sarebbe stato molto più lento, frammentato e faticoso. Con queste tecnologie invece l’ostacolo non è più il testo in sé, ma solo lo studio esattamente come dovrebbe essere. In conclusione, l’accesso all’università per le persone cieche è ancora oggi ricco di ostacoli, le difficoltà non mancano, e spesso l’inclusione non è garantita in modo automatico. Tuttavia, rispetto al passato un cambiamento fondamentale c’è stato. L’evoluzione delle tecnologie assistive ha aiutato enormemente le persone cieche a rendere concreto il proprio percorso universitario. Strumenti come i lettori di schermo, il braille, e i software OCR, hanno reso possibile studiare in autonomia e affrontare l’università con maggiore consapevolezza. Grazie a queste tecnologie, oggi molte persone cieche possono continuare a inseguire e realizzare il loro sogno: quello di laurearsi! 

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