IL CIECO NELLA STORIA

Immagine: disegno di un PC

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a cura di Annalisa Manco

L’evoluzione tecnologica ci ha permesso di emanciparci ma, alla luce di questo, la società moderna e in particolare il mondo del lavoro ci ha inclusi realmente?Di Annalisa MancoApro volontariamente questo articolo con una domanda per far riflettere non solo il mondo dei ciechi, ma soprattutto la società moderna sulla reale inclusione, in tutti i campi e in particolare nel mondo del lavoro, di noi persone con disabilità visiva.L’evoluzione tecnologica ci ha permesso di emanciparci, di accedere all’informazione, allo studio, alla mobilità e al lavoro in modi impensabili solo pochi decenni fa. Screen reader, sintesi vocali, display braille, smartphone accessibili sono strumenti che hanno cambiato radicalmente la vita delle persone cieche. Eppure di fronte a questi progressi una domanda rimane aperta e scomoda: la società e in particolare il mondo del lavoro ci ha davvero inclusi oppure l’emancipazione tecnologica non è stata accompagnata da un’evoluzione culturale altrettanto profonda?Per provare a rispondere è utile guardare indietro e capire chi era il cieco nella storia prima del braille, prima dei diritti, prima dell’idea stessa di inclusione. Infatti per secoli la cecità è stata vissuta come una condizione di esclusione totale e definitiva. In assenza di strumenti di lettura e scrittura accessibili la persona cieca era quasi sempre analfabeta, dipendente dalla memoria e dalla trasmissione orale del sapere. La conoscenza non era un diritto ma un privilegio riservato a chi vedeva. Nelle società antiche e medievali il cieco veniva spesso percepito attraverso due lenti opposte ma ugualmente limitanti: da un lato oggetto di pietà, dall’altro figura simbolica. Il cieco era il mendicante ai margini delle città ma anche il veggente, il profeta , colui che vede oltre pur non vedendo il mondo. In entrambi i casi raramente era considerato una persona con pari dignità sociale. Senza possibilità di istruzione strutturata l’inserimento nel mondo del lavoro era estremamente ridotto; alcuni ciechi svolgevano attività compatibili con le capacità manuali e uditive: musicisti, cantastorie, artigiani, intrecciatori di cesti. Altri vivevano di elemosina o venivano mantenuti dalla famiglia quando questa era in grado. La povertà e l’isolamento erano condizioni comuni quasi inevitabili. Per lungo tempo la disabilità visiva è stata interpretata anche in chiave morale o religiosa: essere ciechi significava per molti essere segnati da una punizione divina o da una colpa ereditaria. Questo tipo di narrazione ha contribuito a rafforzare lo stigma e a giustificare l’esclusione. Se la cecità è una mancanza allora chi ne è colpito è in qualche modo incompleto. Il problema non era l’assenza di strumenti, ma l’assenza di uno sguardo inclusivo.Con l’invenzione del braille nel XIX secolo vi fu una vera frattura storica. Per la prima volta le persone cieche possono leggere e scrivere in autonomia. Questa combinazione di sei puntini non è solo una conquista tecnica, è una rivoluzione culturale. Il cieco non è più soltanto colui che ascolta, ma colui che studia, riflette, produce pensiero. Nascono le prime scuole speciali. Si diffonde l’istruzione, si affaccia l’idea che una persona cieca possa lavorare, insegnare, partecipare attivamente alla vita sociale. Ma anche questa svolta fondamentale non cancella secoli di esclusione sedimentata. Oggi la tecnologia nella nostra vita quotidiana ci ha reso persone libere e autonome in tante cose: gli screenreader e le sintesi vocali ci permettono di usare con facilità computer e smartphone; grazie alla nostra casa smart la gestione della vita quotidiana e delle faccende domestiche diventa più semplice ed efficiente; l’IA è ormai entrata prepotentemente nella nostra vita, e per fortuna, permettendo ai nostri occhiali parlanti di osservare e descriverci il mondo e perché no, sto guardando ad un futuro neanche così lontano, l’IA permetterà a noi persone cieche di guidare in autonomia un’automobile. Quindi oggi grazie alla tecnologia una persona cieca può studiare all’università, lavorare al computer, comunicare in tempo reale, muoversi con maggiore autonomia eppure l’accesso formale non sempre coincide con una reale inclusione. Il mondo del lavoro in particolare sembra spesso fermarsi alla soglia delle buone intenzioni: software non accessibili, pregiudizi sulle competenze, paura della diversità, assenza di accomodamenti ragionevoli, barriere invisibili che resistono nonostante il progresso. Basti pensare che in Italia solo circa un terzo delle persone con disabilità in età lavorativa risulta occupata, intorno al 32-33 % rispetto al 59-62 % delle persone senza disabilità. Per chi ha disabilità con gravi limitazioni l’occupazione scende a circa il 33,5 % mentre per chi ha disabilità meno gravi è intorno al 56-57 %. In parole semplici le persone con disabilità incontrano molte più difficoltà ad accedere al lavoro rispetto alla media della popolazione. Nel mondo occidentale, inclusi Paesi sviluppati come l’Italia, l’occupazione delle persone con disabilità visiva si aggira intorno al 25 %, quindi ben al di sotto della media generale, evidenziando grandi barriere all’inserimento lavorativo. Diverse fonti associative italiane indicano che oltre il 75 % delle persone con disabilità visiva, ciechi e ipovedenti, è disoccupato o alla ricerca di un lavoro.Le tecnologie assistive e l’IA stanno aprendo nuove possibilità, ma queste non si riflettono ancora pienamente nel mercato del lavoro per i non vedenti. Da persona cieca allora mi chiedo e chiedo se la società sia davvero pronta a riconoscerci non come eccezioni, non come storie di successo, ma semplicemente come lavoratori, cittadini, persone. La tecnologia ci ha dato gli strumenti per esserci, ora spetta alla cultura, alle istituzioni e alle aziende fare il passo successivo: accettare che l’inclusione non è concessione ma diritto!

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