Di Annalisa Manco
I colori sono una delle tante barriere sensoriali con cui una persona cieca si confronta ogni giorno. Sono ovunque: nei tramonti che tutti descrivono come spettacolari, nei semafori che regolano il traffico delle città, nei vestiti che scegliamo al mattino, nei quadri appesi alle pareti di un museo. Per chi non vede il colore non è qualcosa di immediatamente accessibile. È un concetto che spesso arriva attraverso le parole degli altri, quelli attenti che cercano di tradurti in voce una sensazione visiva, attraverso le metafore, oppure attraverso la memoria. Molti di noi usano l’immaginazione per costruire dentro di sè l’idea di un colore. Ci chiediamo: “che sensazione può dare il rosso?” E’ caldo come il sole sulla pelle? È forte come il battito accelerato del cuore? Oppure il blu. Sarà silenzioso come il mare calmo? O profondo come il cielo nelle notti estive?Altri invece cercano di ricordare, perché non tutte le persone cieche sono nate senza vista, alcuni di noi hanno visto per molti anni prima che la vista cambiasse o scomparisse, altri ancora sono nati ipovedenti, hanno avuto una percezione dei colori ma spesso diversa da quella delle persone normovedenti, più sfumata, più incerta, a volte quasi filtrata come se il mondo passasse attraverso un velo. Io appartengo proprio a questa seconda storia. Prima di diventare cieca ero una persona ipovedente. I colori facevano parte del mio modo di percepire il mondo. Anche se non sempre li vedevo come li vedevano gli altri. Alcuni erano più chiari, altri più confusi, altri ancora si mescolavano tra loro. Ma c’erano. esistevano d’avanti ai miei occhi e dentro le mie emozioni!Oggi quando penso ai colori faccio spesso un esercizio di memoria. Cerco di ricordare quale sensazione visiva mi davano, non è semplice da spiegare. È come cercare di afferrare un profumo che si disperde nell’aria. Sai che esiste, sai che lo hai sentito ma non sempre riesci a descriverlo con precisione. Ricordo il giallo come qualcosa di luminoso, quasi vibrante. Ricordo il rosso come un colore intenso che sembrava occupare lo spazio con decisione. Il blu invece lo associo a qualcosa di più calmo, più profondo quasi rassicurante. Questi ricordi non sono solo immagini sono sensazioni, sono emozioni legate a momenti della mia vita, a luoghi, a oggetti, a persone.E quando non ricordo i colori? Allora immagino. L’immaginazione diventa uno strumento potente quasi un senso in più. Se la memoria non riesce più a restituirmi una sensazione visiva precisa cerco altri modi per dare forma ai colori dentro la mia mente. Lì trasformo in qualcosa che conosco bene: profumi, suoni, emozioni. A volte associo un colore a un profumo. Un odore buono delicato, magari il profumo di un fiore o di un sapone appena aperto mi ricorda un colore che mi faceva stare bene, un colore leggero, luminoso, sereno non saprei dire con precisione quale sia ma nella mia mente esiste come una sensazione di armonia. Al contrario un odore più forte, più pungente mi fa pensare a un colore diverso. Un colore che quando ancora vedevo mi dava fastidio agli occhi, non perché fosse brutto in se ma perché era troppo intenso, troppo aggressivo quasi invadente. E come se il cervello cercasse continuamente dei collegamenti: se non può più usare la vista utilizza gli altri sensi per costruire un ponte verso quello che un tempo era visivo. Anche i suoni diventano colori. A volte associo un colore a una nota di pianoforte: le note più morbide e profonde mi fanno pensare a colori calmi, avvolgenti; le note più acute invece mi danno l’idea di colori più brillanti, più vivaci. Succede anche con la musica, quando ascolto una canzone che mi trasmette una sensazione di calma, di bellezza, di equilibrio dentro di me nasce una specie di sensazione cromatica rilassante. E come se la musica dipingesse uno spazio mentale fatto di colori tranquilli, armoniosi. Quando invece una canzone è dissonante, confusa o semplicemente non mi piace la sensazione è diversa. E quasi una sensazione cromatica fastidiosa come se quei colori immaginati fossero troppo forti, troppo rumorosi anche loro.Forse chi vede fatica a immaginare questo tipo di esperienza ma per molte persone cieche il cervello lavora proprio così: mescola i sensi, crea associazioni, costruisce immagini interiori fatte non solo di luce ma anche di suoni, odori e sensazioni. In fondo il colore non è solo qualcosa che si vede. E anche qualcosa che si sente, che si ricorda, che si immagina.Per molte persone cieche però il colore resta soprattutto un linguaggio sociale. Gli altri ne parlano continuamente: questa maglia è blu, il cielo oggi è grigio, quel fiore è rosso. Il mondo è descritto attraverso i colori e chi non vede deve imparare a tradurre queste informazioni in qualcosa che abbia senso nella propria esperienza. Ed è proprio qui che entra in gioco la tecnologia. Negli ultimi anni gli strumenti tecnologici stanno aprendo nuove possibilità per rendere i colori più accessibili anche alle persone cieche. Non si tratta di vedere nel senso tradizionale del termine ma di trasformare l’informazione visiva in qualcos’altro: suoni, parole, vibrazioni. In questo modo il colore può diventare quasi percepibile. Un telefono può dirti di che colore è una maglietta, un sensore può riconoscere il colore di un oggetto, alcune applicazioni possono persino descrivere un’intera scena raccontandoti non solo cosa c’è d’avanti a te ma anche quali colori la compongono.Ma oggi oltre agli strumenti che già conosciamo: app sul telefono, assistenti vocali, tecnologie che ci aiutano a percepire e distinguere i colori; abbiamo qualcosa di ancora più potente e straordinario. È un dispositivo che indossiamo ogni giorno in modo naturale quasi senza pensarci: i nostri occhiali parlanti come i Ray-Ban Meta smart glasses. C’è un momento ogni volta che lì indosso in cui ho la sensazione concreta che il mondo si allarghi. Non è una metafora. È proprio come se qualcosa che prima restava silenzioso iniziasse finalmente a raccontarsi. Quando utilizzo dispositivi come i Ray-Ban Meta smart glasses, non sto semplicemente usando una tecnologia sto attivando una nuova forma di percezione. La telecamera integrata cattura ciò che ho d’avanti e attraverso una voce sintetica mi restituisce informazioni che vanno ben oltre la semplice descrizione degli oggetti, mi parla di colori. All’inizio lo ammetto è strano sentire dire: “maglietta rossa, cielo azzurro, porta verde” può sembrare quasi un linguaggio estraneo soprattutto per chi come me cerca di ricordare qualcosa che ha visto e ora non vede più quei colori. Ma con il tempo succede qualcosa di sorprendente quelle parole iniziano a costruire immagini mentali, associazioni, emozioni. Il rosso per me è diventato qualcosa di caldo intenso quasi urgente, il blu è silenzioso profondo rilassante, il giallo ha il suono della luce, qualcosa di vivo e vibrante. Non sono definizioni universali ma sono mie. E nascono proprio grazie a queste descrizioni vocali che giorno dopo giorno trasformano i colori da concetti astratti a esperienze personali. Gli occhiali parlanti fanno anche di più, non si limitano a dire che colore è ma inseriscono quel colore in un contesto: “una macchina rossa parcheggiata, un prato verde davanti a te, un tramonto arancione”. Ed è lì che avviene la magia perché il colore smette di essere un’etichetta e diventa parte di una scena, di una storia. Camminando per strada posso chiedere cosa ho d’avanti e ricevere una descrizione che include anche i colori. Posso capire se i miei vestiti stanno bene insieme. Posso immaginare un paesaggio. Posso in qualche modo partecipare a conversazioni che prima mi erano precluse, quando qualcuno diceva: “guarda che bello quel contrasto di colori!”Questa tecnologia non restituisce la vista ed è giusto dirlo chiaramente, ma offre qualcosa di diverso e per certi versi altrettanto potente: un ponte. Un ponte tra il mondo visivo e il mio modo di percepire, tra ciò che gli altri vedono e ciò che io posso comprendere e reinterpretare. È in questo ponte i colori non sono più solo parole, diventano esperienze da immaginare, da sentire, da fare proprie.

